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Gli auguri per il Santo Natale di S.E. Mons. Giovanni Checchinato

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Il presepe “è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare… Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato”.

«I più acculturati dei “miei venticinque lettori si sono già resi conto del furto che ho compiuto, e cioè del discorso che san Paolo VI fece a Nazareth il 5 gennaio 1964; furto aggravato dal fatto che mi sono addirittura permesso di compiere delle modifiche sostituendo l’incipit del testo originale (“La casa di Nazareth”) con “Il Presepe”. Ma sono sicuro che Paolo VI dal Paradiso guarda e sorride davanti a tanta impudenza, e benedice. Cosa ci insegna il presepe?

Ognuno di noi potrebbe sperimentarsi a contemplare il presepe, facendo diventare preghiera quanto contempla; condividendolo, poi, con i propri familiari o amici. In questo messaggio natalizio provo a precisare tre insegnamenti che scorgo nella contemplazione del presepe: la lentezza; la cura; la gioia.

La prima parola è lentezza. Sembra infatti che siamo in affanno di tempo, quasi come un malato di Covid-19, d’ossigeno: non abbiamo “tempo da perdere” (soprattutto se si tratta di ascoltare e di fare i conti con l’interiorità che ci abita); dobbiamo arrivare alle mete che ci prefiggiamo “prima possibile” perché chi si ferma è perduto; dobbiamo “guadagnare tempo” per arrivare a risultati concreti (che il più delle volte significa economicamente vantaggiosi). Il presepe ci indica la lentezza come valore, non perché voglia esaltare la pigrizia o la trascuratezza, ma perché ci invita a guardare le cose che sono importanti davvero e non semplicemente quelle che pretendono di esserlo per la loro gloria, il loro fascino.

La seconda parola che il presepe mi suggerisce è cura”. È una parola che conosciamo molto bene e in questo tempo di pandemia abbiamo sperimentato sulla nostra pelle cosa possa significare “curare” ed “essere curati”. Abbiamo bisogno di “cura” non solo quando stiamo male: ma sempre; perché siamo caratterizzati dal “limite”, dalla fragilità, esposti a rischi e pericoli da cui non ci possiamo sottrarre e che non possiamo affrontare da soli. Cosa c’è di più fragile di un bambino? Ha bisogno di qualcuno che lo allatti, che lo cambi, che lo tenga al caldo, che lo tenga pulito. Il bambino che sta nel presepe ci ricorda l’identità più profonda che ci caratterizza: quella contrassegnata dalla “fragilità” che ha bisogno di cura, non solo nelle fasi iniziali della vita, ma sempre. Abbiamo bisogno di cura e impariamo così ad essere persone che si prendono cura degli altri. Come Maria e Giuseppe nei confronti di Gesù bambino. Ma anche come i pastori e i Magi che si fanno prossimo con i loro doni al presepe, preoccupati non solo di sé stessi e dei loro affari, ma attenti alla storia che si muoveva intorno a loro.

La terza parola che imparo dal presepe è gioia. Una parola importante, anche per papa Francesco che l’ha scelta per metterla nel titolo di tanti documenti importanti che ha scritto per la Chiesa, a partire dalla Evangelii Gaudium”. La gioia del Vangelo, appunto. Certamente la parola rimanda alla esperienza della gioia che è legata inscindibilmente con l’esperienza della gratuità. In questo tempo di pandemia è emerso a più riprese il tema dell’economia. Un’economia di modello occidentale, fatta secondo la logica della massimizzazione del profitto, del dare e avere, del principio “sono cristiano, ma gli affari sono affari”. Una economia che relega le persone anziane e malate fra le realtà improduttive del paese, la cui morte dovuta al Covid-19 sarebbe “un male davanti a cui rassegnarsi senza troppi sentimentalismi. Una logica che conosciamo bene e che appartiene a sistemi totalitari di qualche decennio fa. Il presepe mi ricorda la gioia pulita di un’esperienza che mette insieme la semplicità e la bellezza della vita di una famiglia semplice e povera, come quella di Nazareth. Che si apre alla Verità di Dio che irrompe nella storia trasformando la apparente banalità in storia di salvezza. Come la storia di ognuno di noi, illuminata dalla Grazia del Signore, diventa un capolavoro di bellezza. Che alimenta la gioia.

Care sorelle e fratelli, auguri! Che ognuno di noi possa dire, davanti al presepe: “Qui tutto ha una voce. Tutto ha un significato”, e impari, “anche senza accorgersene, ad imitare”. Buon Natale!»  

San Severo lì, 24 dicembre 2020
Santa Adele

Direttore Ufficio Comunicazioni Sociali/Addetto Stampa della Diocesi
dott. Beniamino PASCALE